gli sprechi alimentari

Lo spreco alimentare rappresenta uno dei principali paradossi globali e solleva profondi interrogativi dal punto di vista sociale. Infatti, considerando il problema della denutrizione che affligge circa un miliardo di persone nel mondo, l’aumento dello spreco alimentare anche sotto forma di eccessiva nutrizione (concorrendo a fare crescere l’epidemia di obesità dei Paesi occidentali) appare quanto mai inaccettabile.

La FAO ci ricorda che la quantità di cibo che finisce tra i rifiuti nei Paesi industrializzati (222 milioni di tonnellate) è pari alla produzione alimentare disponibile nell’Africa subsahariana (230 milioni di tonnellate). Sempre secondo l’analisi della FAO realizzata nel 2011 , si stima che gli sprechi alimentari nel mondo in 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, pari a circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano.

Secondo un’altra ricerca (Smil, 2010), se lungo la filiera agroalimentare, oltre alle perdite

e agli sprechi, si considera anche la conversione della produzione alimentare in mangime per animali, si scopre che solo il 43% dell’equivalente calorico dei prodotti coltivati a scopo alimentare a livello globale viene direttamente consumato dall’uomo.

Le istituzioni e letteratura specializzata definiscono gli sprechi alimentari in modi diversi: in pratica, non esiste una definizione univoca del fenomeno, né dati omogenei e confrontabili.

Considerando tutte le fasi della filiera agroalimentare, gioverebbe distinguere tra:

Food losses, ossia le perdite che si determinano a monte della filiera agroalimentare,

principalmente in fase di semina, coltivazione, raccolta, trattamento, conservazione e

prima trasformazione agricola;

Food waste, ossia gli sprechi che avvengono durante la trasformazione industriale, distribuzione

e consumo finale.

Secondo l’USDA (2007), negli Stati Uniti ogni anno si spreca complessivamente il 30% del cibo destinato al consumo umano, soprattutto in casa e nei luoghi di ristorazione. Secondo i dati Eurostat (2006), in Europa la quantità di cibo annualmente sprecato ammonta a 89 milioni di tonnellate, pari a 180 kg pro capite, ma questo dato non considera le perdite in fase di produzione e raccolta agricola. Limitandosi agli sprechi domestici e utilizzando diverse fonti statistiche nazionali (che non sempre sono del tutto comparabili) risulta che all’anno ogni persona spreca: 110 kg in Gran Bretagna, 109 negli Stati Uniti, 108 in Italia, 99 in Francia, 82 in Germania e 72 in Svezia.

Le cause di perdite e sprechi alimentari sono molteplici e si differenziano a seconda delle varie fasi della filiera agroalimentare. Nei Paesi in via di sviluppo le perdite più significative si concentrano nella prima parte della filiera agroalimentare, soprattutto a causa dei limiti nelle tecniche di coltivazione, raccolta e conservazione, o per la mancanza di adeguate infrastrutture per il trasporto e l’immagazzinamento. Nei Paesi industrializzati la quota maggiore degli sprechi avviene nelle fasi finali della filiera agroalimentare (consumo domestico e ristorazione in particolare).

Ma anche in questi Paesi si registrano perdite di entità non trascurabile nella fase agricola (a causa di standard dimensionali ed estetici e di norme sulla qualità dei prodotti, surplus produttivi o ragioni economiche).

Ad esempio, in Italia nel 2009 la merce agricola rimasta nei campi ammontava a 17,7 milioni di tonnellate, pari al 3,25% della produzione totale (Segrè e Falasconi, 2011). In agricoltura le perdite alimentari sono riconducibili in prima analisi a fattori climatici e ambientali, alla diffusione di malattie e alla presenza di parassiti. La dotazione tecnologica e infrastrutturale, le competenze agronomiche e le tecniche di preparazione del terreno, semina, coltivazione, raccolta, trattamento e immagazzinamento sono alla base delle significative differenze riscontrabili in questa fase tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati.

Nei Paesi sviluppati, ma talvolta anche in quelli in via di sviluppo, sono rilevanti le motivazioni di carattere regolamentare ed economico. Ma c’è decisamente ancora molto da fare per comprendere le cause delle perdite nella parte iniziale della filiera. Nelle fasi di prima trasformazione del prodotto agricolo e dei semilavorati le cause che determinano gli sprechi sono individuabili principalmente in malfunzionamenti tecnici e inefficienze nei processi produttivi: normalmente si parla di “scarti di produzione”.

 Nella distribuzione e vendita (sia essa all’ingrosso che al dettaglio) gli sprechi dipendono da molteplici cause, tra cui ordinazioni inappropriate e previsioni errate della domanda. Gli sprechi domestici nascono dalla difficoltà del consumatore di interpretare correttamente l’etichettatura degli alimenti; o perché vengono preparate porzioni troppo abbondanti (tanto nei ristoranti quanto a casa); o a causa degli errori commessi in fase di pianificazione degli acquisti (spesso indotti da offerte promozionali); o infine quando gli alimenti non vengono conservati in modo adeguato.

Perdite e sprechi alimentari generano impatti negativi ambientali ed economici e la loro esistenza solleva questioni di carattere sociale.

Per stimare l’impatto ambientale di un alimento sprecato è necessario considerare il suo intero “ciclo di vita” (ossia percorrere tutte le fasi della filiera agroalimentare) calcolando gli indicatori comunemente usati quali il Carbon Footprint (CO2 equivalente), l’Ecological Footprint (m2 equivalenti) e il Water Footprint (m3 di acqua virtuale).

In Italia i dati raccolti hanno evidenziato come la frutta e gli ortaggi gettati via nei punti vendita abbiano da soli comportato il consumo di più di 73 milioni di m3 d’acqua (Water Footprint) in un anno, l’utilizzo di risorse ambientali pari a quasi 400 m2 equivalenti (Ecological Footprint) e l’emissione in atmosfera di più di 8 milioni di kg di CO2 equivalente (Carbon Footprint).

In Gran Bretagna gli sprechi alimentari determinano l’emissione di 25,7 milioni di tonnellate di CO2 equivalente l’anno: il 78% di tale emissione è imputabile a sprechi che potrebbero essere “sempre evitabili”, mentre il 22% fa riferimento a quelli “talvolta evitabili”; il Water Footprint del cibo sprecato a casa ammonta a 284 litri al giorno per persona.

Negli Stati Uniti si stima che le emissioni durante le fasi di produzione, trasformazione, confezionamento, distribuzione e smaltimento del cibo non consumato ammontano annualmente a circa 112,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (Venkat, 2011).

Per quanto riguarda la valutazione dell’impatto economico degli sprechi alimentari, in Italia si stima un valore di 10 miliardi di euro all’anno per le perdite che avvengono in agricoltura, 1,2 miliardi per gli sprechi industriali e 1,5 miliardi per quelli concentrati nella fase di distribuzione, per un totale di circa 12,7 miliardi di euro (Segrè e Falasconi, 2011).

In Gran Bretagna il cibo sprecato a livello domestico ogni anno è pari a 18 miliardi di euro, mentre negli Stati Uniti lo spreco nella sola fase di consumo equivale a 124,1 miliardi di dollari (circa il 63% del totale), costando in media a una famiglia di quattro persone circa 1600 dollari all’anno (WRAP, 2008).

La scarsa consapevolezza dell’entità degli sprechi che ognuno produce, del loro impatto ambientale e del loro valore economico certamente non aiuta ad affrontare questo problema.

Viste le dimensioni assunte dal fenomeno dello spreco alimentare e soprattutto dalla portata dei suoi impatti, si impongono alcune azioni chiave per l’immediato futuro:

 1) Definizioni e metrica comuni. Dare un significato univoco ai termini food losses e food waste e armonizzare a livello internazionale la raccolta dei dati statistici.

 2) Capire le cause. Comprendere più nel dettaglio il perché degli sprechi alimentari nelle varie filiere agroalimentari e valutarne meglio gli impatti.

3) Ridurre per recuperare meno. Investire prima nella riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari e poi sul loro recupero.

4) (Ri)utilizzare. Avviare iniziative di recupero degli sprechi non ancora eliminati attraverso la distribuzione a persone svantaggiate, l’impiego come mangime o, come ultima alternativa, per produrre bioenergia.

5) Una priorità politica. Governare la riduzione dello spreco a livello istituzionale, anche assicurando che l’adozione di standard non introduca perdite e sprechi ingiustificati lungo la filiera agroalimentare.

6) Cooperare per risparmiare. Sviluppare accordi di filiera tra agricoltori, produttori e distributori per una programmazione più corretta dell’offerta alimentare.

7) Informare per educare. Rendere il consumatore consapevole dello spreco e insegnargli come rendere più sostenibili l’acquisto, la conservazione, la preparazione e lo smaltimento finale del cibo.

ALIMENTAZIONE E SALUTE: VIVERE BENE E A LUNGO

Al fine di poter inquadrare correttamente il ruolo dell’alimentazione e di un corretto stile di vita ai fini della salute delle persone e alla possibilità di vivere bene, ovvero in una condizione libera da patologie, e a lungo occorre partire da alcune premesse.

La crescente importanza della prevenzione all’interno delle politiche sanitarie complessive; la sempre maggiore dimostrazione scientifica di quale sia l’incidenza degli stili di vita e, in particolare, dell’alimentazione sulla salute delle persone; la difficoltà di attuazione di adeguate politiche di prevenzione e la ricerca di best practice su questo versante. L’indagine condotta dal Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) si è concentrata sul tema della prevenzione e della longevità e le relazioni con l’alimentazione e lo stile di vita.

Dal punto di vista della salute umana, dalla seconda metà del ventesimo secolo, si è assistito a un graduale mutamento delle nostre condizioni di vita dovuto al progresso medico-scientifico; all’incremento nelle aspettative medie di vita; alla graduale trasformazione delle malattie; ad un significativo cambiamento dell’alimentazione e dello stile di vita nella direzione di una riduzione dell’attività fisica praticata e di un aumento dell’apporto calorico medio assunto. In tale contesto, il ruolo dell’alimentazione è sempre più centrale nella prevenzione di alcune patologie, come quelle di natura cronica, che hanno registrato nel corso degli ultimi decenni un significativo aumento all’interno della popolazione mondiale.

Le patologie non trasmissibili, soprattutto quelle cardiovascolari, il diabete e il tumore, alle quali si è aggiunta ormai l’obesità rappresentano oggi il principale fattore di rischio per la salute dell’uomo, nonché un enorme peso socio-economico per l’intera collettività.

Focalizzando l’analisi sul fattore alimentazione emerge come, in quasi tutti i Paesi del mondo, si stia verificando una crescita esponenziale del fenomeno dell’obesità. Questa dinamica è così marcata che ha spinto la European Association for the Study Of Diabetes (EASD) a riconoscere la prevenzione ed il trattamento dell’obesità quale “il più importante problema di salute pubblica in tutto il mondo”.

Più del 65% degli americani risultano essere obesi o sovrappeso e si è assistito al triplicarsi di casi di sovrappeso fra i giovani dal 1970 ai nostri giorni. Le stime effettuate indicano come, entro il 2015, il numero di decessi causati da patologie cardiovascolari a livello globale crescerà fino a raggiungere le 20 milioni di unità, confermandosi come la prima causa di morte al mondo. Monetizzando questi dati emergono dei valori impressionanti.

Dati ufficiali sul costo totale delle patologie cardiovascolari negli Stati Uniti indicano un impatto di 473,3 miliardi di dollari per l’anno 2009. Questo valore include sia le spese sanitarie dirette (servizi ospedalieri, farmaci, assistenza domiciliare, ecc.), sia i costi indiretti calcolati come perdita di produttività lavorativa causata dalla malattia o dalla morte prematura dei pazienti. In Europa l’impatto economico totale delle patologie cardiovascolari per il 2006 è stato di circa 192 miliardi di euro, valore che corrisponde a un costo medio totale pro capite di 391 euro.

Con riferimento al diabete, ogni anno nel mondo si registrano più di 7 milioni di nuovi casi di diabete, vale a dire uno ogni 5 secondi. Le stime al 2025 indicano un aumento consistente dell’incidenza, che raggiungerà il 7,1% della popolazione mondiale, coinvolgendo 380 milioni di persone, con un incremento pari al 54,5% rispetto al 2007.

Come nel caso delle malattie cardiovascolari, i costi sostenuti per la cura del diabete sono molto elevati e secondo le stime della Federazione Internazionale del Diabete, nel 2007 si sono attestati a circa 232 miliardi di dollari a livello mondiale, con un incremento fino a 300 miliardi di dollari nel 2025.

Dagli studi analizzati è emerso come una scorretta alimentazione rappresenti, ancora una volta, un fattore di aumento del rischio d’insorgenza di patologie tumorali. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2007 si sono verificati 7,9 milioni di decessi nel mondo riconducibili a forme tumorali; di questi, tre quarti sono localizzati in Paesi a reddito medio basso. Le stime future indicano una crescita mondiale dei decessi causati da tumori fino a 9 milioni nel 2015 e 11,4 milioni nel 2030, che si verificheranno in netta maggioranza nei Paesi a reddito medio e basso.

La dimensione dell’impatto socio-economico riconducibile alle malattie non trasmissibili è tale da imporre un’analisi approfondita sul ruolo giocato dalle differenti scelte alimentari e comportamentali (l’attività fisica in primo luogo) nell’insorgenza delle principali malattie croniche.

Tradurre l’evidenza scientifica, complessa e particolarmente tecnica, in indicazioni alimentari e comportamentali che possano essere comprese anche da un lettore non specializzato ha costituito il passaggio successivo dell’analisi condotta.

Dai risultati dell’analisi è emerso come, al fine di adottare uno stile di vita corretto e una alimentazione sana sia consigliato: svolgere attività fisica regolare, mediamente da 30 a 60 minuti al giorno per la maggior parte dei giorni della settimana; evitare situazioni di sovrappeso/obesità sia temporanee che protratte nel tempo; evitare l’eccessivo consumo di alcolici che corrisponde a non più di un bicchiere al giorno per le donne e di due bicchieri al giorno per gli uomini; non fumare; adottare una dieta equilibrata, caratterizzata dal controllo del complessivo apporto calorico e da un’appropriata composizione dei diversi macro e micro nutrienti; aumentare il consumo di frutta e verdura (fino a circa 400 grammi al giorno che equivale a circa 4-5 porzioni); preferire le fonti di carboidrati complessi e aumentare il consumo di cereali integrali (ad esempio, pane, pasta, grissini prodotti con farine di tipo integrale); aumentare il consumo di legumi; consumare 2-3 porzioni di pesce alla settimana; preferire l’utilizzo di condimenti di origine vegetale (oli vegetali) al posto di condimenti ad alto contenuto di grassi di origine animale (burro, strutto); limitare il consumo di cibi ad elevato contenuto di grassi (ad esempio, hot dog, salse, creme, prodotti caseari, insaccati), preferendo i prodotti “magri” (come yogurt magro e latte magro); limitare il consumo di cibo fritto; limitare il consumo di carne e pollame a 3-4 porzioni massimo alla settimana; limitare l’utilizzo aggiuntivo di sale (rispetto a quello naturalmente contenuto negli alimenti) nella misura quotidiana di 5-6 g di sale aggiunto, pari a circa un cucchiaino; limitare il consumo di cibi/bevande caratterizzate da elevate concentrazioni di zuccheri (ad esempio, prodotti di pasticceria e bibite zuccherate); evitare l’utilizzo quotidiano di integratori alimentari.

Dopo aver individuato le principali indicazioni di tipo alimentare per la prevenzione delle malattie croniche, si sono analizzate le diete più diffuse al mondo con l’obiettivo di verificare l’aderenza con le evidenze e le indicazioni emerse negli studi medico-scientifici pubblicati in letteratura.

Dai risultati dell’analisi condotta è emerso come la stretta coerenza rispetto alle raccomandazioni suggerite a livello scientifico, rendano il modello mediterraneo uno dei più efficaci in termini di benessere e prevenzione delle patologie croniche.

In conclusione, il lavoro di analisi e di simulazione compiuto attorno al tema del rapporto tra prevenzione e alimentazione ha posto in evidenza l’esistenza di quattro aree d’intervento, a nostro giudizio, prioritarie: promuovere efficacemente stili alimentari sani, secondo quanto emerge dagli studi scientifici più accreditati; migliorare le conoscenze scientifiche disponibili attraverso approcci di ricerca integrati e interdisciplinari; adottare politiche socio-sanitarie orientate alla diffusione di sani comportamenti alimentari; migliorare i processi di comunicazione ai fini dell’adozione di stili di vita e comportamenti alimentari in linea con le conoscenze scientifiche disponibili, con un invito a sviluppare il percorso educativo e formativo delle nuove generazioni.

Ora, questa analisi e le relative indicazioni da adottare, si inserisce perfettamente sul tema di un’aspettativa di vita media che si è allungata e che, come tale, per semplice questione temporale ci espone ad una maggiore probabilità di malattia.

Negli ultimi 100 anni, l’aspettativa di vita alla nascita nei Paesi occidentali è quasi raddoppiata, passando dai 45 anni della fine dell’Ottocento ai circa 80 anni del 2010. Anche la percentuale di persone anziane (con età superiore ai 65 anni) è aumentata in modo significativo: in Italia è passata, ad esempio, dal 4% del Novecento al 20,6% del 2010 e nel 2050 tale percentuale dovrebbe raggiungere il 34%.

Lo stesso trend di crescita della percentuale di persone anziane si sta verificando a livello mondiale. Si stima che nel 2050 la popolazione over-65, a livello globale, sarà costituita da 1,9 miliardi di persone. Da questa situazione emergono aspetti importanti da considerare:

–   circa l’80% delle persone over-65 è oggi affetto da almeno una malattia cronica

– circa il 50% è affetto da due o più patologie croniche (patologie cardiovascolari e cerebrovascolari, tumori, diabete mellito, ipertensione arteriosa, patologie polmonari croniche).

– anche nelle fasce più giovani della popolazione, si assiste ad un aumento significativo del rischio di sviluppare patologie cardiovascolari, diabete epatologie tumorali.

Alla luce dello scenario attuale, è fondamentale studiare e implementare interventi finalizzati alla riduzione del “gap” tra durata della vita (lifespan) e durata della vita in salute (healthspan). Se ciò non fosse fatto, si potrebbe sperimentare, mediamente, una vecchiaia caratterizzata da una qualità della vita fortemente ridotta, per un tempo significativamente più lungo.

Tutto questo rischia di avere, inoltre, conseguenze significative sulla sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali, come già esposto per le patologie.L’invecchiamento è un processo causato dal progressivo accumulo nel corso del tempo di danni a carico del DNA, delle cellule, degli organi e dei tessuti di tutto l’organismo, dovuto al fallimento dei meccanismi di riparazione dei danni stessi. L’accumulo di questi danni causa un progressivo declino di molte funzioni fisiologiche e delle strutture vitali dell’organismo.

Il potenziale di longevità di ogni individuo è strettamente legato al corretto funzionamento delle cellule che svolgono ruoli protettivi e di riparazione continua all’interno dell’organismo. Queste cellule possono tuttavia esaurire la loro capacità di replicazione e quindi il loro potenziale riparativo – più o meno velocemente nel corso della vita, a seconda di alcuni fattori.

Due delle aree maggiormente trasversali e innovative all’interno della ricerca in merito alle determinanti di una longevità in salute sono:

– l’area di ricerca riguardante lo stato di infiammazione delle cellule dell’organismo, che, secondo moderne teorie, sembra essere alla base di molte patologie croniche. Stati di infiammazione cellulare progressivi e costanti nel tempo sfociano in patologie conclamate, incidendo negativamente sul processo di invecchiamento, accelerandolo. Il modello alimentare e lo stile di vita adottati possono notevolmente influenzare lo stato infiammatorio dell’organismo e quindi influire sullo stato di salute dell’individuo nelle varie fasi della vita.

– l’area di ricerca riguardante l’analisi di come un approccio alimentare caratterizzato da una riduzione dell’intake calorico – con la corretta assunzione di tutti i nutrienti qualitativamente e quantitativamente necessari – possa avere effetti sui parametri fisiologici e sui processi biochimici dell’organismo e influire positivamente sull’allungamento dell’aspettativa di vita in salute.

Dalle evidenze emerse dai principali studi internazionali sui legami fra stati infiammatori, scelte alimentari e invecchiamento, è evidente come:

a) Emerge il ruolo del modello alimentare, positivo o negativo, sulle risposte infiammatorie dell’organismo, con impatti sull’insorgenza delle malattie croniche e di conseguenza sulla longevità e sulla qualità della vita. La dieta alimentare adottata può quindi diventareun fattore determinante nella riduzione o nel rallentamento degli stati infiammatori prodotti da situazioni di obesità, diabete e presenza di malattie cardiovascolari.

b) La restrizione calorica, con un corretto apporto di nutrienti, sembra in grado di produrre effetti positivi e aggiuntivi nel rallentare i processi d’invecchiamento, come dimostrato in numerosi studi condotti sugli animali. Non esistono ancora, tuttavia, dati scientifici che dimostrino chiaramente un effetto della restrizione calorica nell’allungare la durata della vita massima nell’uomo.

In ottica di longevità, per le persone che hanno un peso normale, è consigliabile mantenere un peso ideale ed evitare l’accumulo di grasso a livello addominale, mediante una dieta moderatamente ipocalorica e completa di tutti i nutrienti e un regime di attività fisica regolare. Esiste un significativo nesso tra alimentazione e contrasto dei processi di invecchiamento.

Può essere identificato un “puzzle” di aspetti sui quali agire per instaurare un insieme integrato di comportamenti alimentari e stili di vita per una longevità in buona salute: corretto intake calorico, corretto intake di macronutrienti (carboidrati, grassi e proteine) e micronutrienti (ad esempio, i fitocomposti), regolare esercizio fisico.

Il modello alimentare mediterraneo rappresenta uno dei regimi alimentari più equilibrati, consentendo – nell’ambito di un intake complessivo di circa 2000 calorie al giorno – di assumere tutti i macro e micro nutrienti essenziali. Fornisce, quindi, un significativo contributo alla prevenzione delle patologie croniche, influenzando gli stati di infiammazione cellulare dovuti all’alimentazione e aumentando l’aspettativa di vita in buona salute.

Per il futuro, una priorità di azione e’ sicuramente quella di favorire la diffusione di una corretta informazione ed educazione alimentare per promuovere l’adozione di adeguate abitudini alimentari e di vita. È necessario quindi uno sforzo di comunicazione intensa da parte dei governi, delle società scientifiche, della classe medica e delle imprese private.

Esistono stili di vita che costituiscono un’assicurazione per un’età adulta e avanzata condotta in buone condizioni di salute: è necessario che vi sia, a riguardo, un adeguato livello di informazione.

SPRECO report:  l’efficienza produttiva

In un’epoca in cui l’allarme sulla stabilità dell’approvvigionamento alimentare per milioni di individui e la sostenibilità ambientale dei processi di produzione agricola diventano sfide da affrontare con sempre maggiore urgenza, c’è un dato che non può essere ignorato: un terzo del cibo prodotto a livello globale, vale a dire 1,3 miliardi di tonnellate l’anno, viene perso o sprecato. È una parte del problema dell’efficienza produttiva, di solito meno considerata rispetto al risparmio nell’impiego degli input, alle performance energetiche o al livello delle emissioni, ma che ha un peso di pari rilevanza. Lo spreco del cibo equivale a un inutile consumo delle risorse impiegate per produrlo, ovvero terra, acqua, energia, e genera emissioni di CO2 non necessarie. Ogni tonnellata di rifiuti alimentari ne produce 4,2 di anidride carbonica.

L’inefficienza nelle fasi della produzione è tuttavia solo una parte di una questione che tocca anche gli stili di vita e di consumo. Secondo le stime della Fao la dispersione (cioè la perdita totale) di materia edibile per cittadino in Europa e Nord America ammonta a 280-300 chili l’anno, dato che nell’Africa sub-sahariana e nel Sud-est asiatico si riduce a 120-170 chili. Numeri che non sono solo espressione di una maggiore produzione alimentare pro-capite nelle economie ad alto reddito (900 chili l’anno) rispetto ai paesi in via di sviluppo (460 chili l’anno). Per comprendere meglio il fenomeno bisogna considerarlo dal punto di vista della catena di approvvigionamento, della filiera agroalimentare, perché la dispersione di cibo si distribuisce in modo considerevolmente diverso secondo latitudine e reddito indivi- duale. Diventa spreco propriamente detto nei paesi industrializzati, dove raggiunge quote del 40% nelle fasi a valle della filiera, ovvero nella distribuzione e nel consumo. L’opposto accade nelle economie più deboli, in cui il 40% della perdita avviene nelle fasi a monte, cioè in quelle di raccolta e trasformazione dei prodotti. I consumatori in Europa e Nord America sprecano dai 59 ai 115 chili di ci- bo all’anno, quelli dell’Africa sub-sahariana e del Sud-est asiatico dai 6 agli 11 chili. Il risultato è che in un anno i consumatori dei paesi industrializzati buttano nella spazzatura 222 milioni di tonnellate di cibo, pressoché la stessa quantità della produzione totale netta di cibo nell’Africa sub-sahariana, che ammonta a 230 milioni di tonnellate.

Nei paesi a basso reddito, quindi, le perdite hanno origine principalmente dalla mancanza di efficienza. In un contesto in cui abbattere anche di poco il livello di dispersione di mezzi, energia e scarti potrebbe avere un significativo impatto sulle condizioni di vita di agricoltori che vivono ai margini dell’insicurezza alimentare, la dispersione ha origine nei limiti finanziari e nelle tecniche di raccolta, nella carenza di tecnologie di immagazzinamento e di raffreddamento adeguate a condizioni climatiche spesso difficili, nel deficit di infrastrutture e di sistemi di distribuzione performanti. Una delle risposte possibili sta in un maggiore sostegno agli investimenti in «scienza e ricerca, tecnologia, istruzione, divulgazione e innovazione in agricoltura per ridurre lo spreco alimentare», ma anche nel miglioramento dei modelli di trasferimento dell’innova- zione, opzione che potrebbe essere supportata da incentivi all’aggregazione tra i piccoli agricoltori.

Nelle economie ad alto reddito lo spreco è invece principalmente legato a un atteggiamento culturale diffuso, una percezione dell’abbondanza che legittima comportamenti poco responsabili nel consumo in generale, non solo in quello alimentare. Un orientamento che spesso finisce per condizionare anche i contratti stipulati dagli attori della filiera. È il caso degli accordi tra dettaglianti e produttori che prevedono lo scarto di materiale edibile solo sulla base della forma o dell’aspetto del pro- dotto, come accade regolarmente in Europa e America del Nord per l’ortofrutta. Il «rifiuto del rifiuto»8, la rimozione mentale del problema degli scarti che pervade le società sviluppate, si supera integrando la lotta allo spreco in tutto il ciclo di vita del prodotto, agendo sulla consapevolezza a più livelli, nel mondo produttivo e nel commercio al dettaglio, oltre che nei comportamenti legati al consumo. In passato, nell’epoca delle eccedenze che ha contraddistinto la produzione di derrate agricole europea e americana, soprattutto negli anni ottanta del secolo scorso, l’Unione europea aveva varato un Pro- gramma di aiuto alimentare ai bisognosi, con lo scopo di rendere più efficiente la spesa pubblica destinando il surplus agricolo alla trasformazione e distribuzione a favore dei più poveri della Comunità. Con la fine dell’era dell’abbondanza, il programma richiede di essere sottoposto a profonda revisione, come stabilito anche da una sen- tenza della Corte di giustizia europea. Oggi la riduzione degli sprechi alimentari nei paesi sviluppati appare come un’iniziativa che può anche godere di un sostegno pubblico, ma che in gran parte dipende dall’assunzione di responsabilità degli attori della filiera, dove correttivi mini- mi nelle forme di organizzazione e logistica possono per- mettere di raggiungere mercati interni su cui convogliare il superfluo edibile riducendo la dispersione e attivando circuiti virtuosi di microeconomia.

Si tende spesso a dimenticare infatti che l’incertezza dell’approvvigionamento alimentare non è un problema che appartiene esclusivamente ai paesi a basso reddito. Oltre 50 milioni di persone solo negli Usa sono a rischio sicurezza alimentare, 43 milioni nell’Unione europea. Per far fronte alle loro esigenze sono nate organizzazioni ispirate al modello del Banco alimentare, che recuperano cibo invenduto da industria del cibo, grande commercio al dettaglio e canali di ristorazione, per distribuirlo agli indigenti attraverso una rete di «sportelli» diffusi sul territorio. Sistemi più sofisticati dal punto di vista logistico, come il Last minute market che sta prendendo piede in Italia, agisco- no su base locale con l’obiettivo di consentire il collega- mento tra imprese che vogliono donare il cibo invenduto e le associazioni che possono prenderlo in carico per distribuirlo. Anche iniziative a carattere totalmente profit possono contribuire a ridurre lo spreco alimentare nel Nord del mondo. Nel Regno Unito si sta sviluppando una rete di esercizi commerciali specializzata nella vendita a basso costo di prodotti che hanno superato la data di scadenza consigliata, quella oltre la quale un alimento inizia a perdere alcune caratteristiche di qualità ma può essere consumato senza rischi.

SPRECO report: una Nuova Dimensione Commerciale

Le decisioni degli Stati in materia di politiche agricole rappresentano un fattore non secondario nella spiegazione delle tensioni registrate sui mercati in questi ultimi anni. Le reazioni dei governi ai picchi dei prezzi sono state finalizzate a stabilizzare il più rapidamente possibile l’offerta interna, attraverso l’adozione di misure protettive (come divieti alle esportazioni o incentivi alle importazioni), per alleviare l’impatto degli aumenti sui cittadini. Ma queste iniziative hanno avuto il solo risultato di esportare l’instabilità, di portarla dall’interno verso l’esterno, amplificando le oscillazioni dei prezzi a livello internazionale e innescando di fatto un circolo vizioso che ha reso i mercati an- cora più precari. Si tratta di comportamenti molto diffusi, e adottati a più riprese in questa fase di incertezza.

In particolare, sono le misure che restringono la capacità di esportazione di un paese a comprimere ulteriormente la dimensione dei mercati, spingendo i prezzi in alto. Un’iniziativa, quella del bando o della limitazione dell’export, cui si è fatto ricorso anche in passato al fine di preservare la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari nazionali ma che, come evidenziato dall’International Centre for Trade and Sustainable Development (Ictsd), in questi ultimi anni viene adottata con una frequenza ben maggiore, condizionando in modo determinante l’andamento delle quotazioni sui mercati internazionali.

Nel 2007-2008, molti paesi esportatori di cereali hanno vietato o limitato le esportazioni. L’Ucraina ha imposto quantitativi massimi che poi si sono trasformati in divieti assoluti. In Argentina è aumentata la tassazione per gli scambi in uscita, come in Russia e in Cina, dove ha raggiunto livelli tali da configurarsi come un vero e proprio bando. I maggiori produttori di riso, come India, Indonesia e Vietnam, nello stesso periodo hanno chiuso i flussi verso l’esterno.

Queste azioni, così come gli annunci che le hanno precedute, hanno ovviamente avuto un ruolo importante nel favorire l’incertezza: il panico dei governi ha alimentato il panico dei mercati. L’esperienza di quel biennio non è sta- ta d’insegnamento. Nel 2010 abbiamo assistito a un nuovo ciclo di misure del tutto scoordinate a livello internazionale. Nell’estate di quell’anno, a seguito dei grandi incendi che hanno colpito la Russia danneggiando i raccolti, Mosca ha vietato le esportazioni di grano, dando impulso al- l’aumento dei prezzi. L’esempio russo è stato seguito dall’Ucraina, mentre in parallelo molti governi hanno inizia- to a sussidiare le importazioni o a ridurne la tassazione. È bastato l’annuncio del divieto perché molti importatori cominciassero a contrattare volumi maggiori rispetto al passato, temendo successivi rialzi. Secondo la Fao i prezzi mondiali del frumento sono saliti tra il 60 e l’80% tra luglio e settembre 2010 a seguito del divieto di esportazione deciso da Mosca. Visto che da eccezione queste dinamiche stanno diventando prassi, molti paesi importatori, che in passato trattavano quantità di materie prime agricole adatte a soddisfare la domanda di pochi mesi, oggi iniziano a intervenire più massicciamente sui mercati per coprire pe- riodi più lunghi.

Gli effetti di questo circolo vizioso colpiscono anche gli stessi produttori dei paesi esportatori, che vedono i prezzi depressi nel mercato domestico ogniqualvolta salgono in quello internazionale mentre il costo degli input, all’opposto, continua a crescere. Questo comprime i margini economici e frena la crescita della produzione, come testimonia la riduzione delle superfici coltivate a grano in Russia, arretrate di circa il 2,5% nel 2011 proprio mentre i prezzi internazionali continuavano a crescere.

Soluzioni locali senza visione globale, questo in sintesi il fallimento delle politiche nell’affrontare la volatilità dei mercati internazionali. In questa fase le iniziative dei policy makers appaiono del tutto prive di coordinamento e la stessa credibilità di alcune istituzioni internazionali come la Wto (World Trade Organization), l’Organizzazione mondiale per il commercio, rischia di essere messa in discussione. Le regole del Wto sono state pensate infatti per facilita- re e liberalizzare i commerci nell’era dell’abbondanza e l’attenzione si è soffermata soprattutto sull’esigenza di vietare atteggiamenti che fossero di ostacolo alle importazioni, più che alle esportazioni, giustificando, con quella che con il senno di poi possiamo considerare una leggerezza, ridimensionamenti o interruzioni dei flussi in uscita in ragione di interessi legati alla sicurezza alimentare nazionale. Eventualità fino a qualche anno fa considerate remote. Solo nel giugno 2011 è stata presentata una proposta in sede Wto, da parte dell’Egitto, per vietare le restrizioni alle esportazioni di prodotti agricoli verso i paesi poveri che sono importa- tori netti di prodotti alimentari. In seguito il G20 ha esortato l’organizzazione ad adottare una risoluzione specifica sulle restrizioni e i divieti all’esportazione.

SPRECO report:  la Speculazione

Più dibattuto è il ruolo giocato dai mercati finanziari durante i rialzi dei prezzi. Alcuni governi, in particolare quello francese, alla guida del G20, ma anche diversi studiosi e rappresentanti di istituzioni internazionali hanno puntato l’indice contro la speculazione finanziaria, individuando in essa uno dei principali driver dei recenti boom dei prezzi agricoli. L’accusa di eccessiva finanziarizzazione dei mercati delle commodities agricole, sull’onda del clamore suscitato dalla bolla finanziaria che ha anticipato l’attuale fase di recessione economica mondiale, ha avuto un grande impatto sull’opinione pubblica e sempre più diffuso è il sentimento che etichetta l’attività degli investitori nel campo dei mercati finanziari agricoli come anti-etica.

Prima di entrare più nel dettaglio della questione, cerchiamo di spiegare, in poche parole, cosa sono questi mercati e come funzionano. La premessa è che stiamo nel campo della cosiddetta «finanza derivata», ossia in mercati che scambiano titoli finanziari il cui valore è legato al prezzo di un determinato bene reale, detto «sottostante». Nel nostro caso il titolo ha per sottostante una commodity agri- cola, come il grano o il caffè, e il suo valore aumenta al crescere del prezzo di questi prodotti sul mercato reale, detto in gergo «mercato spot». Tra i diversi strumenti di finanza derivata forse i più citati sono i futures. Si tratta di un con- tratto attraverso il quale un venditore e un acquirente con- cordano il prezzo e la data di consegna di una merce, secondo standard prestabiliti. Questo significa che la consegna è posticipata nel tempo e che al momento convenuto per lo scambio il prezzo di mercato potrà essere diverso da quello pattuito, e una delle due parti potrà avere un guadagno da questa differenza. Se il prezzo aumenta, è l’acquirente a realizzare un profitto. Il mercato dei futures vede due grandi categorie di partecipanti: coloro che vogliono coprirsi dai rischi di crollo dei prezzi, generalmente agricoltori, detti hedger6 e gli speculatori. I primi si riparano da possibili cali dei prezzi fissandoli in anticipo o acquisendo contratti le cui quotazioni hanno un andamento presumibilmente contrario rispetto a quelle del bene fisi-amente posseduto. Soprattutto nei periodi di marcata volatilità, i derivati sono un fondamentale strumento di gestione del rischio per gli agricoltori.

I secondi scommettono, invece, su possibili rialzi. In realtà, alla scadenza del contratto, raramente avviene la consegna delle merci, sostituita dalla compensazione in denaro della differenza tra il prezzo di mercato del bene alla scadenza pattuita (prezzo spot) e quello stabilito dalle parti al momento della stipula. Anche se nella pratica diventa spesso molto complesso operare una distinzione netta tra hedger e speculatori, in generale le attività messe in piedi dai primi vengono definite commerciali, mentre quelle dei secondi non commerciali. Sono ambedue indispensabili per far funzionare il mercato dei titoli derivati, che senza l’apporto degli speculatori non avrebbe liquidità sufficiente.

Un meccanismo che è finito nel mirino dell’opinione pubblica quando si è appurato che, in concomitanza con i rialzi dei prezzi, i volumi dei titoli derivati trattati nelle borse merci agricole era cresciuto in modo esponenziale. Sia nel biennio 2007-2008 che in quello 2010-11, infatti, la crescita delle posizioni non commerciali nel mercato dei futures è stata marcata, guidata dall’attività di fondi d’in- vestimento intenzionati a diversificare il proprio portafoglio e a trarre profitti dagli andamenti delle quotazioni agricole. La questione centrale è capire se questa correla- zione tra prezzi e investimenti sia «pilotata» o meno dal- le attività speculative.

La letteratura economica nella sua parte più ampia e più autorevole è piuttosto scettica rispetto al nesso di causalità che secondo molti collegherebbe attività speculative e rial- zi dei prezzi. Il meccanismo di funzionamento dei merca- ti finanziari sembra essere in effetti abbastanza efficiente nel garantire che i prezzi realizzati nelle borse merci siano coerenti con gli equilibri registrati nei mercati. L’andamento delle quotazioni dei futures è teoricamente connesso alle aspettative sul rapporto tra domanda e offerta e tende, di conseguenza, a convergere sul reale valore di merca- to del bene trattato man mano che si avvicina la data di scadenza del contratto.

Il mercato borsistico dovrebbe essere proprio lo specchio del mercato e favorire la trasparenza dei suoi segnali. Questo compito è, peraltro, agevolato dalla standardizza- zione dei contratti (quindi regole certe e uguali per tutti gli operatori) e dalla presenza di un meccanismo di compensazione (tecnicamente «clearing house») che assicura le parti riguardo al rispetto delle obbligazioni assunte, evitando così i rischi di insolvenza. In aggiunta, sulla scorta dei recenti scandali finanziari, anche le norme che regola- no le transazioni nelle borse merci sono state rinforzate. Limiti più stringenti sono stati posti alle posizioni speculative in particolare negli Usa, il mercato dove di gran lunga si concentra il maggior volume di negoziazioni. E al di là dell’emotività che inevitabilmente prende il sopravvento quando si parla di prezzi del cibo, appare del tutto ovvio che quando le attese sui prezzi sono al rialzo, per i motivi strutturali e non, che abbiamo sin qui esaminato, tali aspettative vengano metabolizzate dagli operatori portando al- l’incremento dei volumi negoziati.

Al contrario, quando nel 2009 i raccolti sono stati abbondanti e le scorte parzialmente rimpinguate, i volumi delle attività speculative sono crollati di oltre il 50%, riflettendo fedelmente la situazione del mercato.

Ancora molti sono i dubbi che accompagnano l’interpretazione delle influenze reciproche che caratterizzano il rapporto tra mercato reale e mercati finanziari. L’unica modalità certa di influenza del mercato è la pratica di movimentare contemporaneamente, da parte di singoli opera- tori, sia il mercato fisico che quello finanziario. Può succedere quando un possessore di ampie derrate alimentari ne riduce intenzionalmente l’offerta acquisendo, parallelamente, grandi volumi di titoli sul mercato dei derivati. Questo può, evidentemente, generare ampi profitti e di- storcere il mercato, ma si tratta di una pratica vietata dalle norme di governo delle borse merci.

Diverse invece sono le operazioni finanziarie svolte fuori dai circuiti borsistici, nel cosiddetto mercato «over the counter» (Otc), dove sono i grandi intermediari istituzionali a trattare le merci attraverso contratti non standardizzati e senza le garanzie di solvenza rese disponibili dalle borse. Questo genera grandi rischi, come quelli divenuti realtà durante la bolla finanziaria del 2007, in cui gli inadempimenti contrattuali di molti attori che avevano assunto rischi troppo grandi ha condotto a un vero e proprio fallimento del mercato. Oggi il volume dei derivati scambiati negli Otc che hanno a riferimento prodotti agricoli è ancora marginale e non dobbiamo correre il rischio che aumenti, magari come via di fuga da circuiti borsistici eccessivamente vincolanti.

http://www.associazionedifesaconsumatori.it/news/salute-e-alimentazione/litalia-spreca-12-miliardi-di-euro-di-cibo-allanno-42-kg-a-testa/

http://www.focus.it/scienza/salute/alimenti-buttati-27-kg-a-testa-l-anno-in-italia-da-adi-consigli-anti-spreco

http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/sprechi-alimentari.aspx

http://thedailynurse.eu/blog/2015/07/buttati-27-kg-di-cibo-a-testa-lanno-in-italia-i-consigli-anti-spreco/

http://www.ansa.it/lifestyle/notizie/societa/nuove_abitudini/2015/08/12/in-ue-si-sprecano-60-milioni-di-tonnellate-di-cibo-allanno_dfa2fdc8-feb4-4714-87be-0851710e7651.html

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