Helen Zughaib

Surfing through WATER, WATER EVERYWHERE ~ Poems, Short Prose & Art I just could not resist to ask permission to Jennifer Heath, curator of the show Water Water Everywhere Pean to a Vanishing Resource, and to artist Helen Zughaib to include this beautiful artwork to my blog:

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Painting by Helen Zughaib©

Moonlight Fishing

A recollection of days gone by before Kuwait struck it rich with oil. Pearl diving is now just a highly respected folkloric celebration to remind the younger generation of the old days. Moonlight Fishing is a paean to a vanished tradition, a vanished resource.

Helen Zughaib was born in Beirut, Lebanon, and lived mostly in the Middle East and Europe before coming to the United States to study art. She received her BFA from Syracuse University, College of Visual and Performing Arts. She paints using gouache and ink on board, transforming her subjects into a combination of colors and patterns, creating a nontraditional sense of space and perspective.

Zughaib has exhibited widely in New York and the Washington D.C. area. Her paintings are included in more than 80 private and public collections, including the White House, World Bank, Library of Congress, United States Consulate General, Vancouver, Canada, American Embassy in Baghdad, Iraq, and the Arab American National Museum in Detroit, Michigan. Most recently, she served as United States Cultural Envoy to the West Bank, Palestine.

Zughaib feels that her background in the Middle East allows her to approach the experiences she has in the U.S. in a unique way, remaining an observer of both the Arab and American cultures. She believes that the arts are one of the most important tools we have to help shape and foster dialogue and positive ideas about the Middle East.

Hopefulness, healing, and spirituality, are all themes that are woven into her work.

Moonlight Fishing, 24 x 24, gouache on board, collection of Russ Conlan and Doug Hansen.

Ilmondodivelia – Supernova Gallery – Pavia

Invito Ilmondodivelia

La mostra Ilmondodivelia, che verrà inaugurata l’8 novembre 2014, prosegue il ciclo di personali alla Supernova Gallery. La scelta di sovrapporre due esposizioni, quella di Elisabetta Casella e quella di Velia Gelli, nasce dalla volontà di mettere a confronto due realtà contemporanee estremamente distanti fra loro, ma entrambe significative per comprendere le varie sfaccettature del panorama artistico dei nostri giorni. Da un lato il rigore colto, la sistematicità, il metodo di lavoro

– indefesso e costante – di Elisabetta Casella con le sue monocrome creazioni materiche; dall’altro l’inquietante vitalità, il ludus, il caos delle opere pupazzo attorniate da un corteo di contraddittorie immagini infantili di Velia Gelli. Nel suo mondo l’artista coinvolge complici inconsapevoli, che  accedono a vario titolo alla sua produzione artistica e al suo quotidiano, convertendo in arte l’intensità di tutte le esperienze vissute. Due artiste a confronto, l’intimo che si svela in due modi completamente diversi: la ricerca di equilibrio dell’una e l’esistenza onirica dell’altra.

 

Risalgono alla Grecia arcaica piccole figure antropomorfe dotate di gambe mobili, che rimandano a una dimensione rituale in cui le statuette è probabile si appendessero, e forse tintinnavano come campanelle. Anche i puma di Velia Gelli, pure espansi e compatti nella loro natura double-face, sono destinati a essere sospesi. Sono feticci in cui si concentra l’alternanza di vita e morte, dove la morte ha sempre un colore bianco gessoso, la vita una declinazione cromatica e materica ogni volta diversa. Sembrano giocattoli, e un po’ lo sono nella noce di vitalità ludica che anima l’artista. Ma soprattutto hanno l’inquietudine della bipolarità, che a volte fa rabbrividire come il tempio di Giano bifronte aperto in tempo di guerra.
La loro identità animale è ambigua – il puma non è immediatamente riconoscibile, come invece il leone o la tigre –, dunque si costituiscono ideali specchi di autocoscienza, pieni come sono di tessuti, colori, pensieri scritti, ognuno in bilico tra vissuto e immaginazione. Poi arrivano i sogni, il filo notturno che annoda i momenti della mostra, mentre fili concreti annodano e sostengono i puma nell’aria. Ricordo e omaggio a Maria Lai, l’artista sarda che nel 1981 coinvolse gli abitanti di Ulassai in una performance con cui si legarono le case del paese alle pareti della montagna che le sovrastava, per neutralizzarne
simbolicamente il pericolo di crollo. Velia Gelli lega insieme anche coinvolgendo comprimari nella costruzione delle installazioni, il suo lavoro rifiutando l’elaborazione solitaria e preferendo trarre vigore dalla partecipazione di persone che accendono a vario titolo il suo quotidiano: chi fotografa i puma nel loro contatto con la città, chi sviluppa gli scatti fotografici in narrazione filmica, chi intreccia lo spago e appronta le cornici; infine i bambini che lasciano traccia di sé muovendosi intorno all’allestimento. In realtà è il suo modo di tradurre in arte tutto quello che tocca, a tratti con la precipitosità
di chi ha aspettato a parlare e ora lo fa tutto in una volta. Questo è per lei il momento di convertire l’intensità delle esperienze condotte in ambito sociale in giro per l’Europa, di insufflare la sua storia in pupazzi di potere scaramantico,
portati infatti in processione fino al palazzo che ora li ospita. Accanto ai lavori di cucito e tessitura – le suture tra dolenti e salvifiche, l’annodare che imprigiona e però sostiene –, vi sono dipinti in cui l’artista lascia un segno rapido e come
acquoso, appunti visivi sull’autoritratto e su un’infanzia non solo ingenua. Mentre si nutre di poesia americana e italiana – da Elizabeth Bishop a Chandra Livia Candiani –, il suo pensiero si riversa bilingue sul mantello dei puma o si insinua nella
pittura figurativa di ricercata incertezza, tra epifanie e sparizioni. Lei stessa è a mezz’aria, in acrobatico equilibrio fra prima e adesso, tra la tangibilità degli oggetti che crea e l’impalpabilità delle premonizioni oniriche da cui è rincorsa, che ne
fanno la veggente di un’arte in cui si annida una forza taumaturgica antica, emersa dal fondo delle ossessioni umane per diventare preghiera.
Silvia Ferrari Lilienau